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SELENIO E MIOINOSITOLO NELLA TIROIDITE CRONICA

SELENIO E MIOINOSITOLO NELLA TIROIDITE CRONICA

Selenio e mioinositolo nella tiroidite cronica: quali interazioni?

La tiroidite cronica autoimmune o linfocitaria di Hashimoto (TCA) è una patologia cronica a patogenesi autoimmunitaria che colpisce prevalentemente il sesso femminile con un rapporto F/M di 4:1 nella fascia di età compresa tra 30 e 60 anni. Gli eventi che inducono il processo autoimmune sono interpretabili sulla base di due teorie. La prima ipotizza che, in conseguenza di un’infezione provocata da un virus o da un batterio, vi sia l’espansione clonale di linfociti specifici per antigeni del microrganismo cross-reagenti con strutture proteiche proprie della tiroide. La seconda si basa, invece, sull’ipotesi che il tireocita stesso si comporti come cellula presentante l’antigene (APC), esponendo frammenti derivanti da proteine a localizzazione intracellulare, che sono così in grado di attivare una risposta immunitaria. Tale evento non sarebbe, però, sufficiente senza l’intervento di un processo infiammatorio. Infatti, uno stesso antigene può essere immunogenico o tollerogenico, a seconda delle modalità con cui esso viene presentato: se i linfociti T riconoscono un peptide presentato da APC che non esprimono molecole costimolatorie (come, in questo caso i tireociti), essi diventano incapaci di rispondere all’antigene stesso; infezioni e processi infiammatori possono attivare le APC residenti nei tessuti, causando un aumento dell’espressione di molecole costimolatorie con conseguente rottura dello stato di anergia immunitaria.
Entrambe le teorie convergono su un punto: l’attivazione linfocitaria, attraverso meccanismi di citotossicità di tipo prevalentemente cellulo-mediato, conduce all’alterazione della normale architettura follicolare che, istologicamente, si manifesta con un diffuso infiltrato infiammatorio mononucleato, costituito da linfociti, plasmacellule e centri germinativi, e biochimicamente si traduce in un progressivo deterioramento funzionale della ghiandola.

 

RUOLO DEL SELENIO

La concentrazione di selenio nell’organismo è strettamente dipendente dall’introito alimentare ed il suo assorbimento dipende dalla forma nella quale è presente negli alimenti:

  • Seleniometionina
  • Selenite
  • Selenocisteina

Sebbene sia stato dimostrato che il selenio è in grado di ridurre l’espressione del fattore nucleare di trascrizione dei mediatori dell’infiammazione esercitando in tal modo un’azione limitante l’estensione del processo infiammatorio, la maggior parte degli effetti biologici di tale elemento sono mediati dalle selenioproteine.

  • GLUTATIONE PEROSSIDASI (GPx)
  • TIOREDOXINA REDUTTASI (TR)

Per comprendere a pieno il ruolo esercitato dai suddetti enzimi sul microambiente tiroideo, è necessario riassumere in breve i processi che portano alla sintesi degli ormoni tiroidei. Lo iodio entra nei tireociti sotto forma di ioduro e nella ghiandola viene ossidato dall’enzima tireoperossidasi (TPO), attivato in seguito all’interazione del TSH con il suo recettore; la TPO, oltre a tale reazione, catalizza la iodinazione della tireoglobulina (Tg). Per la sua attività sono necessarie alte concentrazioni di perossido di idrogeno (H2O2); l’H2O2, generato da una NADPH ossidasi stimolata anch’essa dal TSH, in tali reazioni agisce da accettore di elettroni con produzione del radicale superossido che sarebbe estremamente lesivo per la ghiandola, se non fosse attivo un sistema di difesa atto a proteggere le cellule tiroidee dal danno ossidativo, rappresentato dagli enzimi GPx, TR e catalasi.
Un eccesso di H2O2 è in grado di esercitare un effetto citotossico dose-dipendente: basse concentrazioni inducono l’apoptosi, mentre alte concentrazioni inducono la necrosi.
Il danno ossidativo a livello delle cellule tiroidee è più grave in presenza di un deficit di iodio: la iodocarenza, infatti, comporta un incremento della stimolazione della ghiandola da parte del TSH e un’eccessiva produzione di H2O2 all’interno dei tireociti in presenza di una ridotta quantità di substrato (ioduro) disponibile per l’ossidazione.

  • IODIOTIRONINA REDUTTASI (ID): costituisce la fonte di produzione della T3, catalizzando la conversione di T4 in T3 a livello sistemico o intracellulare a seconda del tipo di deiodinasi.

La tiroide è l’organo con il più alto contenuto di selenio per grammo di tessuto perché esprime selenio-proteine specifiche. La dose giornaliera raccomandata di Selenio nell’individuo adulto di entrambi i sessi è pari a 55 mcg/die; in gravidanza e durante la fase di allattamento, la RDA sale rispettivamente a 60 e 70 mcg.
Una dose giornaliera di 80 mcg di Selenio può essere considerata una dose minima per mantenere efficienti i meccanismi di protezione dal danno ossidativo.

RUOLO DELL’INOSITOLO

L’inositolo è un polialcool ciclico a 6 atomi di carbonio da cui derivano 9 isomeri (tre dei quali non rappresentati in natura: epi-, cis- e allo-inositolo). Il più rappresentato nel mondo vegetale e animale è il mio-inositolo; gli altri stereoisomeri naturali (rappresentati in quantità minime) sono scillo-, muco-, neo- e D-chiro-inositolo.
Le principali fonti alimentari di inositolo sono rappresentate da crusca, cereali integrali, lievito di birra, agrumi, carni in genere ed in modo particolare dal fegato. Quest’ultimo rappresenta l’organo deputato, insieme ai reni, alla sua sintesi endogena. L’inositolo, che ha formula molecolare identica a quella del glucosio ma diversa struttura, è infatti attivamente sintetizzato a partire dal glucosio 6-fosfato. L’eccedenza viene catabolizzata ed eliminata a livello renale. La quantità di inositolo prodotta dall’organismo è di gran lunga superiore a quella ingerita con l’alimentazione: si stima che i due reni nell’uomo sintetizzino circa 4 grammi al giorno di inositolo a fronte di circa 1 grammo introdotto con l’alimentazione.
Nei prodotti alimentari di origine vegetale, l’inositolo si presenta sotto forma di fitato, composto con proprietà “antinutrienti” per la sua capacità chelante gli ioni metallici, soprattutto ferro, zinco, calcio e magnesio; infatti, in condizione fisiologiche, l’acido fitico ha forte carica negativa e può legare ioni con carica positiva formando dei complessi che sono solubili a pH acido ma che precitano a pH neutro, condizione che troviamo nell’intestino.
Nei prodotti alimentari di origine animale, invece, l’inositolo è presente principalmente sotto forma di fosfatidilinositolo, il quale assunto con la dieta, viene idrolizzato dalla fosfolipasi pancreatica, ulteriormente modificato da altri enzimi ed assorbito dalla mucosa intestinale.
Nell’uomo il mio-inositolo rappresenta circa il 90% dell’inositolo corporeo. La conversione tra mio-inositolo e D-chiro-inositolo è mediata, a livello tissutale, da un’enzima chiamato epimerasi.
Il mantenimento di un corretto rapporto tra mio-inositolo e D-chiro-inositolo (DCI) è fondamentale per la funzionalità dell’organismo. Maggiori concentrazioni di DCI si trovano nei tessuti deputati alla sintesi e immagazzinamento di glicogeno (fegato, muscoli e tessuto adiposo); concentrazioni basse di DCI si trovano nei tessuti in cui si verifica un elevato consumo di glucosio (cuore, cervello, ovaio). Riscontriamo concentrazioni inversamente proporzionali per il mio-inositolo. In soggetti sani, il rapporto tra mio-inositolo ed D-chiro-inositolo è di 40:1.
L’importanza dell’inositolo risiede nel fatto che, agendo come secondo messaggero, regola l’attività di diversi ormoni tra i quali il TSH.
Il legame del TSH con il suo recettore innesca una modificazione conformazionale che porta all’attivazione di 2 cascate post-recettoriali: da un lato si verifica l’attivazione dell’adenilato ciclasi mediata da una proteina G con produzione di AMP ciclico ed attivazione della proteina chinasi A con conseguente amplificazione del segnale ormonale originale mediante regolazione dell’attività di numerosi enzimi; dall’altro, invece, l’attivazione della fosfolipasi C catalizza la sintesi di 2 potenti secondi messaggeri: l’inositolo 3-fosfato IP3 e il diacilglicerolo. Mentre la stimolazione dell’increzione delle iodotironine, l’incorporazione dello iodio e la proliferazione cellulare sono mediate dall’AMP ciclico, la cascata inositolo-dipendente regola la iodinazione della tireoglubulina promuovendo la produzione di H2O2.
È stato dimostrato che sono sufficienti basse concentrazioni di TSH per stimolare la trasduzione del segnale cAMP-dipendente, mentre solo concentrazioni di TSH 100 volte più elevate possono stimolare la cascata mediata dall’inositolo.
Dai dati riportati in letteratura, emerge che, affinché il mio-inositolo possa svolgere al meglio la propria funzione è necessario prescrivere integratori che ne contengano almeno 600 mg. Le dosi terapeutiche variano da 500 a 1.000 milligrammi al giorno.

EFFETTI DELLA SUPPLEMENTAZIONE CON SELENIO

I dati disponibili in letteratura suggeriscono che l’effetto della carenza di selenio sulla funzione tiroidea è relativamente modesto. Però, sebbene quantità minime di selenio appaiano sufficienti per un’adeguata attività delle deiodinasi, limitando così l’impatto della sua potenziale carenza sulla sintesi degli ormoni tiroidei, è stato ipotizzato che una carenza di selenio possa contribuire al manifestarsi di una tiroidite autoimmune in soggetti predisposti; ciò è probabilmente legato ad un’intensificazione del processo infiammatorio tiroideo, conseguente alla riduzione dell’attività degli enzimi antiossidanti selenio-dipendenti ed alla mancanza dell’effetto immunomodulatore esercitato dal selenio stesso. (Prenota una visita endocrinologica).
Il valore della supplementazione con selenio nei pazienti affetti da tireopatie autoimmuni è stato enfatizzato negli ultimi anni. Studi condotti su pazienti affetti da tiroidite cronica autoimmune di Hashimoto hanno dimostrato che la supplementazione con selenio riduce i livelli di anticorpi anti-tiroide e migliora l’ecostruttura ghiandolare valutata ecograficamente. (Prenota una ecografia tiroidea).
Inoltre, nei pazienti con produzione assente o ridotta di ormoni tiroidei che si basano unicamente o prevalentemente sulla deiodinazione della L-tiroxina esogena per la produzione di triiodotironina attiva, la supplementazione di selenio può ottimizzare il feedback dell’ormone tiroideo a livello ipofisario e diminuire la stimolazione dell’eventuale tessuto tiroideo residuo.
E’ importante tenere presente che, in condizioni di iodocarenza da moderata a grave, la supplementazione con selenio dovrebbe essere effettuata solo simultaneamente o dopo la supplementazione con iodio.
I risultati degli studi riportati in letteratura mettono in evidenza, infine, il fatto che l’integrazione con selenio sembra conferire beneficio solo in quei soggetti per i quali l’introito alimentare risulta inadeguato; è stato, infatti, descritto un aumentato rischio di diabete di tipo 2 in soggetti con un adeguato apporto alimentare di selenio sottoposti a supplementazione aggiuntiva; il quantitativo di selenio presente nell’organismo potrebbe, quindi, rappresentare il parametro più importante che regola gli effetti dell’integrazione di selenio.

SUPPLEMENTAZIONE COMBINATA CON SELENIO ED INOSITOLO

Recentemente sono stati condotti diversi studi per valutare gli effetti della supplementazione combinata con mio-inositolo e selenio in pazienti affetti da tiroidite cronica autoimmune.
Nello studio condotto da Ferrari et al. nel 2017 21 pazienti caucasici con tiroidite cronica sono stati trattati con mio-inositolo in associazione con compresse di selenio (600 mg/83 mg), due volte al giorno, per sei mesi. Una valutazione completa della funzionalità tiroidea è stata effettuata prima del trattamento e dopo sei mesi, con il riscontro di valori di TSH significativamente diminuiti dopo 6 mesi rispetto ai valori basali, soprattutto nei pazienti con un valore iniziale di TSH nel range normale elevato (2.1 <TSH <4.0), suggerendo che il trattamento combinato può ridurre il rischio di una progressione verso l’ipotiroidismo in soggetti con malattie autoimmuni della tiroide (AITD). Dopo il trattamento i livelli di autoanticorpi antitiroidei sono diminuiti.
Anche i risultati ottenuto dallo studio condotto da Nordio et al. nel quale sono stati arruolati 168 pazienti con TSH compreso tra 3 e 6 μIU/ml e positività anticorpale, hanno dimostrato che gli effetti benefici ottenuti dal trattamento con selenometionina sono ulteriormente migliorati dal cotreatment con mio-inositolo; la supplementazione combinata è risultata significativamente efficace nel ridurre i livelli di TSH, TPOAb e TgAb, nonché nel migliorare la qualità di vita riferita dai pazienti stessi. (Prenota una visita endocrinologica).
L’effetto benefico del mio-inositolo è da ricondursi al suo ruolo di secondo messaggero nella sintesi degli ormoni tiroidei: aumentando la quantità del secondo messaggero è possibile migliorare la sensibilità al TSH, potenziando la trasmissione del segnale inositolo-dipendente.
Attualmente sono presenti in commercio diversi integratori alimentari che contengono selenio e mioinositolo; alcuni, più  completi, migliorano anche il metabolismo lipidico e la vitamina D.

Prenota una visita specialistica endocrinologica in merito a questo argomento.

Dott.ssa Silvia Carocci

e

Dott. Massimiliano Andrioli
Specialista in Endocrinologia e Malattie del Ricambio

Centro EndocrinologiaOggi, Roma
viale Somalia 33A, Roma
tel/fax 0686391386
cell 3337831426
Studio EndocrinologiaOggi, Lecce
via Ruffano 4, Casarano (Lecce)
tel/fax 0833501676
cell 3337831426

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